Un’analisi della situazione che si vive nelle terre emiliane colpite dal terremoto del maggio scorso, conparticolare attenzione alle dinamiche sociali che si stanno sviluppando, velocizzate dalla calamità naturale, in quel territorio, potenziale laboratoriopolitico per il PD che si appresta a governare l’Italia.

LE PROBLEMATICHE

Inutile dire che il sisma di maggio scorso ha accentuato le problematiche che la crisi aveva già portato in un territorio fortemente industrializzato e laborioso, ma proviamo ora a dare una lettura più politica di ciò che sta avvenendo.

L’emergenza abitativa è sicuramente la problematica più diffusa che si vive nella Bassa modenese a causa della distruzione portata dal sisma e fin dai primi giorni si è potuta evidenziare una caratteristica “di classe” anche per questo tipo di eventi. Infatti, i danni maggiori si sono verificati nei centri storici, agli edifici rurali nelle campagne e alle palazzine sia di edilizia popolare che di costruzione, anche recente, delle solite grandi immobiliari. Quando sono avvenute le scosse di maggio, questi luoghi erano abitati dalle fasce più deboli della popolazione, in particolare da anziani e migranti, ai quali venivano affittati o venduti appartamenti malconci, che ovviamente sono stati i primi a subire danni ingenti lasciando senza un tetto gli affittuari, sui quali i proprietari hanno speculato per diverso tempo. Al contrario, nei centri residenziali fatti di abitazioni uni- o bifamiliari, abitati da fasce del ceto-medio o della borghesia, i danni sono stati molto più limitati. E questa differenza si può notare già da ora, nella prima fase della ricostruzione; infatti, chi ha i soldi può ristrutturare la casa da subito, mentre gli altri sono costretti ad attendere i contributi statali, ammesso che arrivino e che siano sufficienti a riparare i danni subiti.

L’altra forte emergenza è legata al reddito. Infatti le strutture industriali sono quelle che hanno subito più danni, come purtroppo il computo delle vittime ci indica, costringendo moltissime aziende alla chiusura con la conseguente perdita del posto di lavoro per tantissimi terremotati. Ed anche in questo caso il terremoto non ha colpito tutti allo stesso modo, perché chi aveva un lavoro garantito e lo ha perso in seguito al sisma può quantomeno usufruire degli ammortizzatori sociali (che poi la cassa-integrazione debba ancora arrivare dopo 5 mesi è un altro problema…); diversamente, per coloro che rientrano nel variegato mondo del precariato non è previsto alcun sostegno, per cui si sta verificando un calo del reddito per la quasi totalità delle famiglie. Un fatto molto indicativo è che, attraverso le centinaia di interviste che stiamo facendo, risulta che pochissime famiglie abbiano ancora un doppio reddito, fenomeno nuovo per l’Emilia dove il lavorismo è da sempre una sorta di dogma.

Fin dai primi momenti si era capito chiaramente che la problematica principale sarebbe stata ed è la mancata erogazione di fondi da parte dello Stato. Infatti, solo 50 milioni di euro sono stati stanziati per l’emergenza e sono subito finiti, i contributi per l’autonoma sistemazione arrivano con il contagocce, i Comuni sono costretti ad accendere mutui con le banche per garantire l’assistenza ai cittadini, ma soprattutto quello in Emilia è stato il primo evento catastrofico cui non sia stata dedicata una legge specifica per il finanziamento della ricostruzione. Oltretutto, i contributi non copriranno il 100% del danno, come era avvenuto finora, ma solo un massimo del 80%, laddove il valore reale diventerà molto più basso a causa di un sistema costruito ad hoc, fatto di ordinanze non chiare e di burocrazia. Molto interessante è anche analizzare come vengono stanziati i soldi. La prima tranche stanziata, di 2,5 miliardi, è così ripartita: 500 milioni derivanti dall’aumento delle accise sulla benzina e i restanti 2 miliardi (uno per il 2013 e uno per il 2014) da reperire mediante tagli alla spesa. In altre parole, questi soldi sono solo sulla carta. E non è un caso che il decreto relativo sia stato inserito all’interno della spending review, dove da un lato si tagliano i servizi (sugli ospedali della Bassa questo taglio è già ben visibile) e dall’altro si stanziano i suddetti contributi. La seconda tranche di fondi (6 Miliardi) verrà invece reperita mediante la Cassa Depositi e Prestiti, che non è altro che un fondo creato dai piccoli risparmiatori con i loro investimenti nei buoni postali e che nell’attuale fase di crisi viene usata dal Governo come un vero e proprio salvadanaio; essa è un ente che negli anni si è andata sempre più trasformando in un fondo di investimenti privato, guidato da uomini della politica e del sistema delle banche e sul quale molti dubbi si stanno sollevando (http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-95b753dd-6668-4ea0-873b-a331d433cc4b.html).

In pratica possiamo parlare di “Terremoto nella crisi” o meglio possiamo affermare che la dittatura dello Spread ha i suoi effetti pesanti anche sulla ricostruzione di un territorio come l’Emilia, vitale per l’economia italiana e duramente colpito da un evento naturale, visto che la questione della ricostruzione viene posta sullo stesso piano dei tagli alla spesa, dell’innalzamento dell’età pensionabile e in generale della politica di austerity del governo Monti, sostenuto dall’asse dei partiti che va dal PD al PdL. A tutto questo va aggiunto che la mancanza di soldi sbandierata da chi sta al potere è tanto reale quanto la volontà politica di trovarli; infatti, basterebbe rinunciare a scellerati progetti come la Tav in Val di Susa o l’acquisto degli F-35 per trovare i fondi necessari alla ricostruzione. E di ciò gli abitanti della Bassa sono consapevoli.

IL PD NEL TERREMOTO

Per capire meglio l’intera situazione è necessario capire politicamente il territorio in cui siamo inseriti. La Bassa modenese si articola in un insieme di Comuni, da sempre feudo elettorale del PCI-PDS-DS-PD, partito che possiede quasi ininterrottamente dal dopoguerra tutti i sindaci, i presidenti della Provincia e della Regione. In questo territorio il sistema PD è fatto di potere politico e sociale, esercitato mediante le tante simil-associazioni ad esso legate, ed economico, caratterizzato da una solida connessione tra politica locale e lobby del business (cooperative) che molto spesso influenzano in modo determinante le scelte delle varie amministrazioni. In tale contesto, da sempre le tensioni sociali sono state riassorbite dal sistema mediante l’elargizione di benefici o favori e più in generale di welfare state, portando così i cittadini all’incapacità di reazione e di organizzazione dal basso, dato che l’unico referente “atto a risolvere i problemi” è sempre stato lo stesso apparato. Nella situazione attuale, in cui non c’è più la possibilità di elargire nuovo welfare, ed anzi si cerca di tagliare il più possibile le spese considerate “improduttive”, come si comporta il PD?

Il primo dato evidente è il clima mediatico e di propaganda creato ad hoc, che da un lato con il paradigma“dell’emiliano laborioso che si tira su le maniche e ce la fa da solo” ha portato all’accettazione del fatto che i contributi siano al massimo dell’80% e più in generale alla negazione che per risollevare questo territorio servano aiuti dall’esterno e dall’altro ha portato ad una vera e propria campagna mediatica che ha avuto il risultato di far percepire all’esterno del cratere che ormai tutte le problematiche siano state risolte e che l’Emilia stia ripartendo. Naturalmente, un simile scenario è lontanissimo dalla realtà quotidiana che si vive nella Bassa. Tuttavia, questo meccanismo ha parecchio attecchito in quella parte di società legata al PD, per cui il messaggio che passa è che da “buoni emiliani” bisogna arrangiarsi e, di conseguenza, chi non lo fa è visto come un parassita o comunque come una persona che non merita aiuto. In realtà, si è verificato che molti non abbiano avuto la possibilità di arrangiarsi avendo perso tutto, dalla casa al lavoro, e non potendo avvalersi di una rete familiare di supporto. E soprattutto, sostenendo la tesi per cui i soldi per la ricostruzione siano un gentile regalo da parte dello Stato e non qualcosa che semplicemente spetta a questa popolazione, si contribuisce a sollevare lo Stato stesso dalle proprie responsabilità.

Tale campagna mediatica è alimentata sia dalle promesse quasi quotidiane degli amministratori locali e del Commissario Errani, che puntualmente vengono smentite dai fatti, che dal porre i riflettori esclusivamente su quei pochi provvedimenti che vengono realizzati, dimenticando le innumerevoli problematiche tuttora esistenti. Da questo punto di vista sono emblematiche le vicende della riapertura delle scuole e della chiusura dei campi della Protezione Civile. Era stato promesso che le scuole sarebbero ripartite in tempo in ottemperanza delle regole di validità dell’anno scolastico 2012-2013, e cioè il 17 settembre. Il termine è stato rispettato, con tanto di inaugurazioni e caroselli mediatici, ma non si è posta l’attenzione sul fatto che la mancanza di strutture abbia portato a situazioni limite come il fare lezioni sotto tendoni, ad orari “alternati” tra le varie classi e a spostamenti di diversi chilometri in altri Comuni per gli studenti, anche delle scuole primarie. In pratica il ruolo formativo della scuola è stato completamente sottovalutato, mentre ci si è soffermati esclusivamente sulla questione formale dell’inizio delle lezioni. Per i campi di accoglienza della Protezione Civile lo schema seguito è molto simile. Infatti, si è appena assistito alla progressiva chiusura di queste strutture (come Errani aveva promesso) per veicolare l’idea che esse non fossero più necessarie, dato che ormai l’emergenza si sbandiera terminata. Eppure non ci si sofferma sul fatto che non siano state date risposte concrete a chi fino a pochi giorni fa viveva ancora in tenda, ma che si sia solamente cercato di salvare le apparenze spedendo le persone negli alberghi a diverse centinaia di chilometri, con la conseguente separazione delle famiglie e con un costo enorme (tutti fondi tolti alla ricostruzione!), in attesa dei moduli abitativi che non arriveranno prima del nuovo anno a causa dei ritardi organizzativi e delle lungaggini burocratiche.

Un altro aspetto molto importante è appunto quello del caos delle ordinanze e di una burocrazia creata ad arte per rendere molto difficile l’accesso ai contributi. Partendo dal sottolineare una discrepanza di 4-5 miliardi tra la stima dei danni e i fondi stanziati, va denunciata una confusione normativa dovuta ad un lungo elenco di ordinanze, spesso incomprensibili anche agli esperti del settore, che si contraddicono l’una con l’altra. Sommando queste criticità alle tempistiche molto ristrette entro le quali presentare le domande per i rimborsi e alla complessità di tutta la modulistica relativa (sono circa 50 i fogli da compilare), si arriva alla conclusione che per molti sarà difficile avere i risarcimenti, dato che, se non si presenta la domanda compilata correttamente in ogni suo punto ed entro i termini previsti, si perde la possibilità di accedere ai fondi.

Ma il ruolo del sistema PD nella gestione del terremoto non si limita a questo. Infatti, se nei primi mesi dopo il sisma sull’intero cratere erano ben visibili le forze dell’ordine che avevano il compito di garantire un certo controllo sociale del territorio, ora la situazione sembra normalizzata poiché quel ruolo di controllo è stato assunto direttamente dalle istituzioni locali. I sindaci che avvalendosi dell’apparato messo in piedi nei molti anni di governo di quell’area dividono le persone appartenenti alle fasce più deboli attraverso l’uso subdolo di promesse vane e ricatti, hanno costituito una fitta rete di “spie” che controllano le situazioni di maggior fermento e tengono le forze repressive nascoste nelle caserme ma pronte ad entrare in funzione al primo problema. Ovviamente questo non vale per tutte le amministrazioni in egual modo. Anzi si nota una certa differenza tra quei sindaci che hanno costruito la loro carriera politica sempre all’interno del partito e che quindi seguono i diktat di Errani alla lettera e altri sindaci, che invece vengono dal mondo dell’associazionismo o comunque non direttamente dalla struttura di partito, i quali sono più disponibili ad ascoltare le istanze della cittadinanza.

Una breve analisi meritano anche le opposizioni di governo dei Comuni della Bassa, con Pdl e Lega in testa, che in questi mesi non hanno fatto nulla per evidenziare le mancanze della macchina politica e gestionale del Commissario Errani. Tale nuova linea politica ci sembra piuttosto insolita, dato che eravamo abituati a sparate (spesso prevalentemente mediatiche) di forte critica contro ogni singola decisione presa dal PD. Tuttavia, non siamo particolarmente stupiti da ciò; infatti, è chiaro che il sostegno al Governo Monti e quindi alle politiche di austerity sia trasversale (ovvero indipendente dal fare parte o meno della maggioranza di governo) e che quindi anche le opposizioni siano perfettamente inserite in questo meccanismo, sempre pronte a mettere pure esse le mani su una fetta della torta.

Insomma il commissario Errani, personaggio di punta del PD e sostenitore numero uno del segretario Bersani, ha costruito un vero e proprio castello di carta svotato di contenuti (e di soldi) ma pieno zeppo di promesse, spot mediatici, trucchetti legislativi, senza disdegnare all’occorrenza l’uso di metodi repressivi.

IL RUOLO DEI COMITATI

Se da un lato il castello di carta sembra reggere, al contempo c’è da sottolineare come si sia venuto a creare un ampio spazio politico, che il PD non riesce più a controllare non avendo più la possibilità di elargire welfare, fatto di contraddizioni potenzialmente esplosive che però ad ora non riescono a convergere e ad organizzarsi per andare a creare un vero e proprio fronte che metta in discussione le scelte politiche neo-liberiste e di austerity calate dall’Europa. Ormai è chiaro quanto proprio tutto ciò sia il centro del problema.

Certo non mancano le note positive, dalle dure contestazioni degli “ospiti” dei campi della PC, che però in questa fase assomigliano più ad esplosioni di rabbia che ad un vero e proprio risveglio politico, al fenomeno delle tendopoli spontanee che hanno invaso la Bassa.

(http://www.infoaut.org/index.php/blog/metropoli/item/5715-prime-ribellioni-nellemilia-terremotata).

E’ interessante notare in primo luogo il numero elevatissimo di persone che hanno di fatto rifiutato di entrare all’interno del circuito militar-repressivo della Protezione Civile (sicuramente l’esperienza dell’Aquila ha funzionato da monito), preferendo in alternativa l’autorganizzazione nei parchi o nei giardini privati, riscoprendo così socialità e partecipazione altre e riuscendo addirittura a mettere in campo esperienze organizzative più complesse. Basti pensare alla fitta rete di solidarietà che si è riusciti a sviluppare e a coordinare, sia relativamente alla raccolta dei beni di prima necessità che alla loro successiva distribuzione, laddove sono state raggiunte in modo capillare quasi tutte le tende sparse sul territorio. E dunque l’autorganizzazione dal basso è riuscita a far meglio dello Stato, sopperendo in alcuni casi alle mancanze della macchina assistenziale istituzionale, che si è concentrata solo ed esclusivamente sui campi ufficiali, ignorando così almeno la metà degli sfollati.

Ed è proprio da questa rete di cooperazione dal basso che si sono formati i primi comitati di terremotati, che hanno avuto un incremento notevole da settembre, quando si è palesata la vacuità delle promesse di Errani. Alcuni di questi comitati, che nascono intorno a questioni specifiche come la scuola, si occupano solo di solidarietà e non si definiscono “politici”; tuttavia, è evidente come essi esprimano la voglia e l’esigenza di una certa fetta della popolazione terremotata di organizzarsi dal basso, per affrontare le criticità della fase post-sismica, e l’indignazione di questa gente per la mancanza di risposte concrete da parte delle Istituzioni.

Oltre a tali forme embrionali di autorganizzazione sul territorio, innescatesi in risposta alle problematiche legate al terremoto, tornano alla ribalta quei comitati che da anni lottano contro le devastazioni che il capitale intende calare subdolamente nella Bassa, già da prima della catastrofe del sisma: i “no gas” di Rivara e i cittadini che lottano contro l’autostrada cispadana. Inizialmente, sembrava che il terremoto avesse messo una pietra tombale sulla realizzazione di queste due grandi opere, come sempre utili agli speculatori ma estremamente dannose per le popolazioni alle quali vengono imposte. In realtà, proprio la lentezza “scientifica” con cui procede la ricostruzione (la mancanza di soldi quale unica motivazione ai ritardi suona ogni giorno più pretestuosa, mentre diventa sempre più evidente l’assenza di un’effettiva volontà politica ad accelerare il processo concreto della ricostruzione), fa intuire che presto i promotori del deposito di gas e della cispadana torneranno alla carica con i rispettivi progetti, determinati a riuscire nel loro intento.

Proprio per questi motivi i comitati dovrebbero saper anticipare gli eventi e riuscire ad infilarsi in quegli spazi lasciati liberi dalle Istituzioni e al momento occupati dallo smarrimento o dal sentimento dell’antipolitica (pure quest’ultimo è un fenomeno nuovo nella Bassa, da sempre feudo del PD), con l’obiettivo di trasformare il rifiuto della politica istituzionale in sapere critico e in capacità organizzative dal basso.

Dunque, si dovrà porre al centro dell’agire dei comitati le rivendicazioni per ottenere ciò che spetta ai cittadini, per determinare il futuro di questo territorio e, al tempo stesso, si dovranno creare momenti di autonomia rispetto a ciò che le Istituzioni provano ad imporre, a cominciaredalla ricostruzione dal basso e soprattutto dalla riappropriazione (delle case in primis), per andare a soddisfare quei bisogni cui il sistema politico-economico non è più in grado di fornire risposte.

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