Ecco il testo della conferenza stampa fatta in data 22/11

Il luogo dove ci troviamo (via Tito Speri) a fare questa conferenza stampa non è certamente casuale, infatti siamo davanti ad una palazzina ACER ed in particolare ad un appartamento lasciato vuoto da prima del terremoto, luogo simbolo ma non certo l’unico infatti proprio ieri, grazie al lavoro del Comitato, abbiamo scoperto un’altra palazzina ACER, in via Vittorio Veneto 9, dove sono ben quattro gli appartamenti vuoti. Infatti se non ci stupisce il fatto che vi siano in provincia appartamenti popolari vuoti riteniamo inaccettabile che ciò avvenga in una realtà come Mirandola.

A sei mesi dal sisma l’emergenza abitativa è ancora un grosso problema; difatti la promessa del Commissario Errani del 4 giugno di rinunciare ai moduli abitativi per sistemare tutti gli sfollati negli appartamenti sfitti si è rivelata non fondata, così come tante altre del resto, e si avvicina la scadenza del 30 novembre quando tante persone alloggiate negli alberghi dovranno tornare nella Bassa, ma dove?

In particolare i dati ufficiali che abbiamo a disposizione sono le dichiarazioni del responsabile dell’anagrafe di Mirandola che nel mese di settembre ha dichiarato a RAI 3 che si stima ci siano circa 1000 appartamenti vuoti solo a Mirandola ma di questi L’ACER ne ha a disposizione solo 16 e dall’altro le dichiarazioni dell’assessore Sitta che, per giustificare il suo delirio di cementificazione, dichiara il 28 ottobre che di 1500 famiglie che avrebbero bisogno di un tetto solo 300 sono state accontentate. E le altre? Qualcuno ha scelto il CAS che però tarda ad arrivare, fino ad ora sono stati erogati solo quelli riferiti a giugno e luglio e la preoccupazione in vista della scadenza di maggio aumenta,  qualcun altro ha deciso di “sistemarsi” in tenda o roulotte e tanti altri sono stati trasferiti negli alberghi con enormi disagi per le persone e con un esborso economico altissimo (40€ a persona al giorno), fondi che ovviamente vengono presi dal fondo per la ricostruzione.

Allora ci chiediamo perché il Commissario Errani e l’ACER non abbiano voluto mettere in campo politiche incisive per reperire gli alloggi sfitti. Infatti da un lato capiamo le esigenze dei piccoli proprietari ma dall’altro riteniamo inaccettabile che non si siano messe in campo azioni nei confronti di chi possiede grandi patrimoni immobiliari e che ricevono parecchi soldi dalle Amministrazioni come le grandi imprese di costruzione (che tutt’ora ricevono molti appalti dai comuni terremotati) e le banche (alle quali vengono affidate tutte le procedure per i rimborsi).

Un percorso, quello di reperire le case sfitte invece che sperperare soldi per alberghi o moduli abitativi, più che possibile come dimostra la situazione di Carpi e Finale dove rinunceranno ai container in quanto sistemeranno tutte le persone negli alloggi sfitti.

Altra questione ancora irrisolta è l’aumento esponenziale delle garanzie e del costo degli affitti, vero e proprio scandalo in una situazione come quella odierna ma che nessuno ha veramente intenzione di risolvere, a parte le dichiarazioni rilasciate da molti amministratori sui giornali che però sanno di campagna elettorale.

In definitiva chiediamo che vengano messe in campo tutte le possibilità per risolvere questa questione, anche se parecchio in ritardo, e che, almeno per una volta, il Commissario Errani mantenga le promesse.

Comunque invitiamo tutti i cittadini a scendere in piazza il 24 Novembre per reclamare i propri diritti e a partecipare alle assemblee del Comitato ogni Mercoledì alle 21 presso la casetta di via Pollastri angolo via Pozzetti a Mirandola, a fianco della SNAI

I terremotati della Bassa modenese scenderanno in piazza il 24 novembre a Mirandola per far sentire la loro voce, per frantumare la facciata mediatica creata dal commissario Errani, secondo cui nell’Emilia operosa ormai va tutto bene e il peggio della fase emergenziale è già stato superato. Al contrario, la situazione nei territori colpiti dal sisma è tuttora molto critica. I soldi per la ricostruzione non arrivano e l’intricata macchina burocratica che dovrebbe dare accesso ai rimborsi (per la prima volta solo all’80%!) lascia presagire che non ne arriveranno molti nemmeno in futuro. Addirittura, lo Stato pretende che gli Emiliani continuino a pagare le tasse, limitandosi a sospendere la contribuzione solo fino a dicembre. Chi è rimasto senza casa è ancora costretto a vivere nella precarietà e nell’interminabile attesa di una sistemazione decentemente stabile (il toto-container e il toto-CAS si contendono il primato del mistero!) prima che la ricostruzione abbia luogo. In aggiunta, la maggioranza delle piccole imprese, che hanno subito danni dal terremoto, trova enormi difficoltà a ripartire e dunque molti abitanti del cratere hanno perso anche il lavoro oltre a non avere più la propria casa.

Ma Stato e Regione continuano a dispensare belle parole e promesse disattese!

Se questa situazione non cambierà, c’è il rischio che l’intero cratere si spopoli e diventi un’area semi-depressa, conseguentemente facile preda per le speculazioni dei capitali della malavita organizzata (peraltro già presente ormai da tempo nella zona).

E’ per tutto ciò che scendere in piazza il 24 novembre assume un’importanza fondamentale. Per la prima volta, infatti, tutta la rabbia che i cittadini della Bassa hanno accumulato in questi mesi potrà essere canalizzata in una serie di rivendicazioni concrete e dovrà essere ascoltata! Ed è altrettanto importante che anche chi non vive nell’area colpita dal sisma si unisca alla mobilitazione dei terremotati. E’ infatti evidente che, se non ci si opporrà alla strategia adottata da Stato e Regione per gestire la situazione post-sismica nella Bassa, ciò costituirà un precedente che in futuro legittimerà le Istituzioni ad abbandonare a sé stesse le popolazioni colpite da calamità di varia natura.

Per tutti coloro che fossero interessati a capire cosa sta succedendo realmente nei territori della Bassa, Dal Basso Alla Bassa, il Comitato Popolare Mirandolese e il comitato Sisma.12 organizzano un’assemblea pubblica giovedì 22 novembre a Modena (ore 20:30 presso l’Istituto Storico in viale Ciro Menotti, 137), durante la quale verrà presentata la mobilitazione del 24 novembre a Mirandola.

PARTECIPATE NUMEROSI!

Il 24 novembre, a sei mesi di distanza dal sisma, i terremotati dell’Emilia scendono in strada per far valere i loro diritti!

Sono stati mesi molto difficili quelli che hanno seguito il terremoto, durante i quali i cittadini si sono dovuti districare tra l’emergenza e le incognite sulla ricostruzione; mesi dove non sono mancati i momenti di fermento, ma che in generale hanno visto la popolazione imbonita dalle promesse del Commissario Errani e assorbita dalla risoluzione individuale delle varie problematiche. Non è mancato però il lavoro incessante dei tantissimi comitati presenti sul territorio, che hanno avuto la forza di non farsi demoralizzare dalla situazione ed hanno messo in piedi un lavoro di indagine (anche grazie ai tanti tecnici che hanno condiviso le loro competenze) e di controinformazione, che ha portato ad avere attualmente un quadro abbastanza chiaro della situazione. Le criticità sono moltissime, ma si possono riassumere nella mancanza di fondi da parte dello Stato che, tra fiscal compact e pareggio di bilancio in costituzione, non ha (anzi non vuole spendere) soldi per la ricostruzione. Dopodiché è stata creata una “macchina infernale” fatta di promesse non mantenute, di silenzio mediatico, di ordinanze impossibili da realizzare, di burocrazia, ecc., che di fatto rende quasi impossibile accedere ai contributi e, anche quando ci si riesce, le somme erogate sono bassissime in relazione ai danni subiti.
E’ stato un lavoro capillare quello portato avanti dai comitati, in particolare da Sisma 12, fatto di tantissime assemblee dalle quali è emersa l’esigenza di alzare la voce, di dire con chiarezza che in Emilia l’emergenza non è finita e che il mito “dell’emiliano laborioso che si rimbocca le maniche e ce la fa da solo” non esiste. E allora il 24 novembre si scenderà in strada, con tutta la rabbia accumulata in questi mesi, a conclusione di un percorso già iniziato di sensibilizzazione della popolazione e di azioni simboliche.

Di seguito il volantino di lancio:

Proponiamo un’intervista al commercialista Bergonzini in merito alle modalità di ottenimento dei contributi per la ricostruzione soffermandoci in particolare sul significato di credito d’imposta.

Inoltre, suggeriamo la lettura di un articolo sullo stesso tema, pubblicato nel blog del comitato Sisma 12:

EMERGENZA POST TERREMOTO: contributi in credito d’imposta reali o virtuali?

ImageSi è consumato in questi giorni l’ennesimo teatrino sulle teste dei terremotati emiliani sul tema del rinvio al 30 Giugno della scadenza per il pagamento delle tasse sul quale proviamo a fare un paio di considerazioni.

Il 16 Dicembre il Governo ha stabilito che tutti, lavoratori e aziende, dovranno tornare a pagare le tasse e i contributi con tanto di recupero dei debiti pregressi e solo in pochi casi si potrà usufruire di un prestito di sei mesi a tasso zero, ma di fatto la sospensione non c’è e si dovrà comunque pagare.

In questi giorni il Governo è stato battuto due volte, prima in Senato e poi alla Camera, durante la discussione sulla legge di stabilità in quanto è stato votato in maniera trasversale un emendamento che faceva slittare il termine per il pagamento delle tasse nelle zone colpite dal sisma a Giugno 2013. Ma poi, guarda caso, è arrivato l’atteso voto di fiducia da parte del Governo e il teatrino è stato svelato.

Secondo i calcoli l’importo totale per effettuare questa manovra è irrisorio, appena 160 Milioni circa, ma è evidente come lo Stato abbia un assoluto bisogno dei tributi derivanti dall’Emilia, una delle zone più produttive d’Italia. A Questo punto il collegamento con il pareggio di bilancio inserito in Costituzione (salutato come molto positivo dalla quasi totalità delle forze politiche) è immediato: non solo non ci sono soldi per far ripartire l’Emilia, ma addirittura si spreme questa terra ogni oltre limite immaginabile per far quadrare i conti di uno Stato ricattato dalla finanza e dallo spread.

Comunque il rinvio al 2013 di tale pagamento non sarebbe assolutamente una vittoria in quanto per le calamità naturali precedenti il trattamento fiscale è stato ben diverso, in particolare a L’Aquila i cittadini hanno ottenuto (non certo per benevolenza, ma grazie alle tante mobilitazioni) la sospensione dei tributi per 3 anni, ed ora che il termine è scaduto dovranno rimborsare solo il 40% del dovuto con una rateizzazione decennale a interessi zero.

Un altro aspetto interessante della vicenda sono le posizioni espresse dai partiti, in particolar modo dai parlamentari emiliani che fino a poco tempo fa erano (e rimangono) allineati ai diktat di Errani, il quale si ostina a dire che “qua tutto va bene”, che “l’Emilia è ripartita”, che “gli emiliani ce la fanno da soli” e così via. Tuttavia, ora si accorgono che il pagamento delle tasse metterebbe in ginocchio il territorio e allora si fanno paladini della Bassa in Parlamento non votando la fiducia, gesto sicuramente apprezzabile, che non leggiamo assolutamente in ottica elettorale. Rilanciamo chiedendo a questi partiti che sia la Regione ad assumersi gli oneri di tale slittamento delle scadenza, visto l’effimero ammontare di tale importo.

L’evolversi della situazione degli ultimi mesi ci fa capire come i suddetti politici non si siano finalmente svegliati; crediamo piuttosto che il motivo di cotanto impegno siano stati i malumori sempre più profondi che si acuiscono ogni giorno che passa. In particolare, proprio sul tema delle tasse si sono susseguiti tam-tam in rete, azioni simboliche di imprenditori e, più in generale, una protesta diffusa, obiettivamente disorganizzata ed estemporanea, che però ha messo in difficoltà l’apparato del Commissario.

E allora questa vicenda ci indica chiaramente la strada da seguire per risolvere le tantissime problematiche che si vivono sul territorio: alzare la voce e farsi sentire!!!

Il fatto che una parte importante delle Istituzioni abbia assunto posizioni pesanti contro il volere del Governo a seguito di manifestazioni diffuse di forte contrarietà da parte della popolazione terremotata, nonostante tale malcontento fosse carente negli aspetti organizzativi, ci fa intuire quanto decisioni assunte fino ad ora, a cominciare dalla questione dei rimborsi parziali, possano essere messe in discussione con maggiore efficacia da una mobilitazione delle persone coordinata e coesa.

Dunque, dobbiamo organizzarci il più possibile, dibattere sulle azioni da mettere in campo e contro-informare capillarmente i cittadini, perché questa secondo noi è l’unica strada che possa produrre risultati concreti, a partire dalla mobilitazione del 24 Novembre a Mirandola.

ImageEbbene sì, nonostante tutto quello che è accaduto nella Bassa modenese e nonostante i diversi pareri negativi espressi al riguardo, si continua a parlare del deposito di stoccaggio del gas a Rivara.

A tener viva la partita, che molto probabilmente andrà oltre al novantesimo (per utilizzare termini calcistici), è la commissione di Valutazione Impatto Ambientale (Via) che non ha mutato il parere favorevole alle trivellazioni “diagnostiche” precedenti la costruzione del deposito, ribadendo che non è possibile provare una correlazione diretta tra i test e i terremoti e che gli accertamenti sul campo saranno fondamentali per formulare un parere sull’impianto.

Dunque la saga continua nonostante i pareri negativi della quasi totalità degli ambienti istituzionali. Addirittura il ministro dell’ambiente Clini già il 23 maggio scorso aveva chiesto “ulteriori accertamenti” e “maggiore prudenza” prima di trivellare un sottosuolo “instabile” per depositarvi gas. La posizione contraria al deposito è stata replicata ad agosto dal ministroPassera e ribadita in questi giorni da Clini stesso: “Conclusioni non richieste (quelle del Via), il ministero è per il no”.

Nonostante la quasi totalità delle Istituzioni sia contro il progetto, sebbene a nostro dire non per la consapevolezza dell’impatto ambientale che avrebbe l’eco-mostro ma solo in seguito al verificarsi della catastrofe sismica, c’è anche chi in questi giorni torna ad esultare e prendere parola per il rinnovato parere favorevole della Via. E’ il senatore Carlo Giovanardi che sposta tutta la vicenda sul piano politico: “Dobbiamo dividere la politica dalla scienza – ha commentato soddisfatto, contattato telefonicamente da ilfattoquotidiano.it– perché, come hanno ricordato i membri della commissione nella relazione redatta sulla questione del deposito di Rivara, nel mondo esistono centinaia di siti operanti e anche laddove si sono verificati terremoti, in certi casi di magnitudo ben superiore a quello che c’è stato in Emilia Romagna, non si sono riscontrati danni. I tecnici della Via hanno semplicemente sollecitato ulteriori studi che richiederanno approssimativamente altri 2 o 3 anni, sulla base dei quali prendere una decisione definitiva. Ricerche che, oltretutto, porteranno nuove conoscenze sulla situazione del sottosuolo modenese e che offriranno un contributo anche alla prevenzione dei terremoti”. Insomma, conclude il senatore “è lunare che la politica dica ‘no’ alla ricerca”.

A fronte di tutto ciò torna evidente l’importante ruolo che dovranno giocare su più fronti i comitati “No Gas”, nati per contrastare questa grande opera. Infatti, è sempre più evidente come la commissione Ers (Erg Rivara Storage, azienda committente) e quella fetta di politica comandata da Giovanardi con il tempo tentino di far cadere nel dimenticatoio la vicenda del deposito, consapevoli che alla scadenza naturale del governo tecnico, salirà al potere un governo che loro sperano sia molto attivo nella realizzazione di grandi opere come lo stoccaggio del gas a Rivara. E’ possibile che costoro contino sull’insufficienza delle 50mila firme raccolte per bloccarne la costruzione e sul fatto che la memoria del terremoto tra qualche anno potrebbe non contare più così tanto da fermare questo progetto. D’altra parte, la Ers continua ad incalzare anche sul piano giudiziario. Infatti, a luglio ha fatto ricorso al Tar contro la delibera della Regione Emilia Romagna, che nega al ministero dello Sviluppo Economico l’intesa per avviare il programma preliminare di ricerca scientifica atta a verificare la compatibilità geologica dello stoccaggio gas nel territorio di Rivara.

E’ dunque chiaro come diventi sempre più importante costruire un’opinione pubblica, informata e consapevole, che non si limiti ad opporsi al deposito di gas nei territori della Bassa modenese, così che la lotta agli eco-mostri venga generalizzata e si estenda oltre quei confini. In tal senso, l’esempio della lotta contro la Tav è senz’altro il più significativo.

E a proposito di comitati, ancora Giovanardi non esita ad esprimersi negativamente nei loro confronti: “Loro (i comitati) sono il principale problema dell’Italia dal No Tav all’Ilva, non c’è un posto in questo paese dove si possa avviare un progetto senza che si formino comitati su comitati”.

Ma loro (sì ministro, proprio quei comitati che intralciano i vostri piani) controbattono con fermezza, ricordando a tutti che al deposito ci sarà una opposizione sicura!

Pubblichiamo l’estratto di una nota dalla pagina facebook del comitato “No Gas” di Rivara, che risale al 31 ottobre:

<<Stoccaggio gas Rivara, il caso non è chiuso

• Peppe Croce

Come avevamo previsto ai primi di luglio il progetto di uno stoccaggio gas a Rivara, nel centro della zona colpita dallo sciame sismico in Emilia tra il 20 e il 29 maggio, non è stato affatto accantonato dalla Indipendent Resources, società alla quale fa capo Erg Rivara Storage.

L’ultima notizia in merito riguarda il parere favorevole espresso dalla Commissione Via-Vas del Ministero dell’Ambiente, che ha dato il proprio ok alle trivellazioni per eseguire gli studi preliminari necessari a completare il progetto dell’opera. Se le trivellazioni daranno esito positivo e Indipendent Resources vorrà andare avanti dovrà chiedere una Via definitiva. Si tratta della seconda Via concessa dalla Commissione dopo quella di febbraio.

Tutto ciò ha dell’incredibile: il ministro Corrado Clini, a giugno, aveva giurato che il progetto era stato accantonato definitivamente. Queste le parole che aveva usato all’epoca: “Nel 2012 era stata concessa l’autorizzazione per uno studio di fattibilità. Ma nelle ore immediatamente successive al primo degli eventi sismici ho disposto un supplemento di istruttoria per verificare se esistevano le condizioni anche solo per autorizzare lo studio di fattibilità.

Nel frattempo, considerando che la Regione Emilia Romagna aveva dato comunque parere contrario anche allo studio preliminare, il Ministero dello Sviluppo economico, d’intesa con noi, ha negato anche l’autorizzazione agli studi preliminari. Quindi la situazione attuale è che il progetto di studio non è approvato.”

Come è possibile, allora, che la Commissione VIA abbia continuato a esaminare il progetto e lo abbia persino approvato? Lo ha fatto di nascosto? Lo ha fatto ignorando il parere del suo ministro? Clini, da parte sua, ribadisce che il progetto è archiviato.

… A chi credere, allora? Al ministro tecnico smentito dai suoi tecnici o a una commissione che sembra lavorare come se un ministro non ce l’abbia nemmeno?

La questione è molto più semplice, e l’avevamo descritta a luglio commentando il ricorso al TAR di Indipendent Resources contro il blocco “politico” della Regione Emilia Romagna che aveva espresso e inviato al Ministero dello Sviluppo economico (competente sulle risorse minerarie) parere negativo allo stoccaggio. Scrivevamo a luglio:

nei prossimi mesi si saprà se il TAR riterrà opportuno accettare il ricorso di ERS o convalidare la decisione del Governo. Nel primo caso il decreto VIA già emesso tornerebbe in vigore e l’azienda potrebbe procedere con gli studi geologici preliminari alla costruzione dello stoccaggio. Tuttavia, qualora dovesse realmente decidere di costruire il sito sotterraneo dovrebbe chiedere un’ulteriore Valutazione di Impatto Ambientale.
Tutto inutile, quindi? No, assolutamente, perché quando ERS avrà finito la sua ricerca geologica, avrà stabilito che tutto è sicuro (la ricerca la fa l’azienda stessa, quale altro risultato potrebbe emergere?) e avrà presentato la nuova richiesta di VIA, al Ministero dell’Ambiente non ci sarà più Corrado Clini. E tutto tornerà in discussione.

Ora è arrivato l’ok a proseguire la ricerca geologica, cioè le trivellazioni di pozzi esplorativi per vedere cosa c’è nel sottosuolo dove Erg Rivara Storage vorrebbe fare il deposito di gas, ed è arrivato anche prima della sentenza del Tar. Tutto prosegue come preventivato, nessuna stranezza.

Corrado Clini, nel frattempo, si conferma ininfluente su qualsiasi decisione abbia a che fare con l’energia: se con la Strategia Energetica Nazionale si è dovuto piegare al volere del collega ministro Passera accettando il raddoppio delle trivellazioni petrolifere in Italia, con lo stoccaggio di Rivara si dovrà piegare ai colleghi tecnici del suo stesso Ministero. Fonte: Ansa”>>

Questi passaggi fanno capire due cose: da un lato che i comitati sanno comprendere i fenomeni con una competenza che è una risorsa per il futuro antagonista e resistente del paese; dall’altro che le multinazionali sono in grado di imporre il loro volere a prescindere dalle decisioni prese dalle Istituzioni e dalla volontà delle popolazioni locali.

Tuttavia, se è vero che le multinazionali trovano appoggio in un politico come Giovanardi, è altrettanto vero che la lotta contro questo impianto trovi una popolazione unita e battagliera, convinta che la salute ed il futuro di questo paese debbano essere difesi, dalla Val Susa a Taranto, perché nulla sia più sacrificato per assecondare gli interessi di pochi speculatori avidi.

Un’analisi della situazione che si vive nelle terre emiliane colpite dal terremoto del maggio scorso, conparticolare attenzione alle dinamiche sociali che si stanno sviluppando, velocizzate dalla calamità naturale, in quel territorio, potenziale laboratoriopolitico per il PD che si appresta a governare l’Italia.

LE PROBLEMATICHE

Inutile dire che il sisma di maggio scorso ha accentuato le problematiche che la crisi aveva già portato in un territorio fortemente industrializzato e laborioso, ma proviamo ora a dare una lettura più politica di ciò che sta avvenendo.

L’emergenza abitativa è sicuramente la problematica più diffusa che si vive nella Bassa modenese a causa della distruzione portata dal sisma e fin dai primi giorni si è potuta evidenziare una caratteristica “di classe” anche per questo tipo di eventi. Infatti, i danni maggiori si sono verificati nei centri storici, agli edifici rurali nelle campagne e alle palazzine sia di edilizia popolare che di costruzione, anche recente, delle solite grandi immobiliari. Quando sono avvenute le scosse di maggio, questi luoghi erano abitati dalle fasce più deboli della popolazione, in particolare da anziani e migranti, ai quali venivano affittati o venduti appartamenti malconci, che ovviamente sono stati i primi a subire danni ingenti lasciando senza un tetto gli affittuari, sui quali i proprietari hanno speculato per diverso tempo. Al contrario, nei centri residenziali fatti di abitazioni uni- o bifamiliari, abitati da fasce del ceto-medio o della borghesia, i danni sono stati molto più limitati. E questa differenza si può notare già da ora, nella prima fase della ricostruzione; infatti, chi ha i soldi può ristrutturare la casa da subito, mentre gli altri sono costretti ad attendere i contributi statali, ammesso che arrivino e che siano sufficienti a riparare i danni subiti.

L’altra forte emergenza è legata al reddito. Infatti le strutture industriali sono quelle che hanno subito più danni, come purtroppo il computo delle vittime ci indica, costringendo moltissime aziende alla chiusura con la conseguente perdita del posto di lavoro per tantissimi terremotati. Ed anche in questo caso il terremoto non ha colpito tutti allo stesso modo, perché chi aveva un lavoro garantito e lo ha perso in seguito al sisma può quantomeno usufruire degli ammortizzatori sociali (che poi la cassa-integrazione debba ancora arrivare dopo 5 mesi è un altro problema…); diversamente, per coloro che rientrano nel variegato mondo del precariato non è previsto alcun sostegno, per cui si sta verificando un calo del reddito per la quasi totalità delle famiglie. Un fatto molto indicativo è che, attraverso le centinaia di interviste che stiamo facendo, risulta che pochissime famiglie abbiano ancora un doppio reddito, fenomeno nuovo per l’Emilia dove il lavorismo è da sempre una sorta di dogma.

Fin dai primi momenti si era capito chiaramente che la problematica principale sarebbe stata ed è la mancata erogazione di fondi da parte dello Stato. Infatti, solo 50 milioni di euro sono stati stanziati per l’emergenza e sono subito finiti, i contributi per l’autonoma sistemazione arrivano con il contagocce, i Comuni sono costretti ad accendere mutui con le banche per garantire l’assistenza ai cittadini, ma soprattutto quello in Emilia è stato il primo evento catastrofico cui non sia stata dedicata una legge specifica per il finanziamento della ricostruzione. Oltretutto, i contributi non copriranno il 100% del danno, come era avvenuto finora, ma solo un massimo del 80%, laddove il valore reale diventerà molto più basso a causa di un sistema costruito ad hoc, fatto di ordinanze non chiare e di burocrazia. Molto interessante è anche analizzare come vengono stanziati i soldi. La prima tranche stanziata, di 2,5 miliardi, è così ripartita: 500 milioni derivanti dall’aumento delle accise sulla benzina e i restanti 2 miliardi (uno per il 2013 e uno per il 2014) da reperire mediante tagli alla spesa. In altre parole, questi soldi sono solo sulla carta. E non è un caso che il decreto relativo sia stato inserito all’interno della spending review, dove da un lato si tagliano i servizi (sugli ospedali della Bassa questo taglio è già ben visibile) e dall’altro si stanziano i suddetti contributi. La seconda tranche di fondi (6 Miliardi) verrà invece reperita mediante la Cassa Depositi e Prestiti, che non è altro che un fondo creato dai piccoli risparmiatori con i loro investimenti nei buoni postali e che nell’attuale fase di crisi viene usata dal Governo come un vero e proprio salvadanaio; essa è un ente che negli anni si è andata sempre più trasformando in un fondo di investimenti privato, guidato da uomini della politica e del sistema delle banche e sul quale molti dubbi si stanno sollevando (http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-95b753dd-6668-4ea0-873b-a331d433cc4b.html).

In pratica possiamo parlare di “Terremoto nella crisi” o meglio possiamo affermare che la dittatura dello Spread ha i suoi effetti pesanti anche sulla ricostruzione di un territorio come l’Emilia, vitale per l’economia italiana e duramente colpito da un evento naturale, visto che la questione della ricostruzione viene posta sullo stesso piano dei tagli alla spesa, dell’innalzamento dell’età pensionabile e in generale della politica di austerity del governo Monti, sostenuto dall’asse dei partiti che va dal PD al PdL. A tutto questo va aggiunto che la mancanza di soldi sbandierata da chi sta al potere è tanto reale quanto la volontà politica di trovarli; infatti, basterebbe rinunciare a scellerati progetti come la Tav in Val di Susa o l’acquisto degli F-35 per trovare i fondi necessari alla ricostruzione. E di ciò gli abitanti della Bassa sono consapevoli.

IL PD NEL TERREMOTO

Per capire meglio l’intera situazione è necessario capire politicamente il territorio in cui siamo inseriti. La Bassa modenese si articola in un insieme di Comuni, da sempre feudo elettorale del PCI-PDS-DS-PD, partito che possiede quasi ininterrottamente dal dopoguerra tutti i sindaci, i presidenti della Provincia e della Regione. In questo territorio il sistema PD è fatto di potere politico e sociale, esercitato mediante le tante simil-associazioni ad esso legate, ed economico, caratterizzato da una solida connessione tra politica locale e lobby del business (cooperative) che molto spesso influenzano in modo determinante le scelte delle varie amministrazioni. In tale contesto, da sempre le tensioni sociali sono state riassorbite dal sistema mediante l’elargizione di benefici o favori e più in generale di welfare state, portando così i cittadini all’incapacità di reazione e di organizzazione dal basso, dato che l’unico referente “atto a risolvere i problemi” è sempre stato lo stesso apparato. Nella situazione attuale, in cui non c’è più la possibilità di elargire nuovo welfare, ed anzi si cerca di tagliare il più possibile le spese considerate “improduttive”, come si comporta il PD?

Il primo dato evidente è il clima mediatico e di propaganda creato ad hoc, che da un lato con il paradigma“dell’emiliano laborioso che si tira su le maniche e ce la fa da solo” ha portato all’accettazione del fatto che i contributi siano al massimo dell’80% e più in generale alla negazione che per risollevare questo territorio servano aiuti dall’esterno e dall’altro ha portato ad una vera e propria campagna mediatica che ha avuto il risultato di far percepire all’esterno del cratere che ormai tutte le problematiche siano state risolte e che l’Emilia stia ripartendo. Naturalmente, un simile scenario è lontanissimo dalla realtà quotidiana che si vive nella Bassa. Tuttavia, questo meccanismo ha parecchio attecchito in quella parte di società legata al PD, per cui il messaggio che passa è che da “buoni emiliani” bisogna arrangiarsi e, di conseguenza, chi non lo fa è visto come un parassita o comunque come una persona che non merita aiuto. In realtà, si è verificato che molti non abbiano avuto la possibilità di arrangiarsi avendo perso tutto, dalla casa al lavoro, e non potendo avvalersi di una rete familiare di supporto. E soprattutto, sostenendo la tesi per cui i soldi per la ricostruzione siano un gentile regalo da parte dello Stato e non qualcosa che semplicemente spetta a questa popolazione, si contribuisce a sollevare lo Stato stesso dalle proprie responsabilità.

Tale campagna mediatica è alimentata sia dalle promesse quasi quotidiane degli amministratori locali e del Commissario Errani, che puntualmente vengono smentite dai fatti, che dal porre i riflettori esclusivamente su quei pochi provvedimenti che vengono realizzati, dimenticando le innumerevoli problematiche tuttora esistenti. Da questo punto di vista sono emblematiche le vicende della riapertura delle scuole e della chiusura dei campi della Protezione Civile. Era stato promesso che le scuole sarebbero ripartite in tempo in ottemperanza delle regole di validità dell’anno scolastico 2012-2013, e cioè il 17 settembre. Il termine è stato rispettato, con tanto di inaugurazioni e caroselli mediatici, ma non si è posta l’attenzione sul fatto che la mancanza di strutture abbia portato a situazioni limite come il fare lezioni sotto tendoni, ad orari “alternati” tra le varie classi e a spostamenti di diversi chilometri in altri Comuni per gli studenti, anche delle scuole primarie. In pratica il ruolo formativo della scuola è stato completamente sottovalutato, mentre ci si è soffermati esclusivamente sulla questione formale dell’inizio delle lezioni. Per i campi di accoglienza della Protezione Civile lo schema seguito è molto simile. Infatti, si è appena assistito alla progressiva chiusura di queste strutture (come Errani aveva promesso) per veicolare l’idea che esse non fossero più necessarie, dato che ormai l’emergenza si sbandiera terminata. Eppure non ci si sofferma sul fatto che non siano state date risposte concrete a chi fino a pochi giorni fa viveva ancora in tenda, ma che si sia solamente cercato di salvare le apparenze spedendo le persone negli alberghi a diverse centinaia di chilometri, con la conseguente separazione delle famiglie e con un costo enorme (tutti fondi tolti alla ricostruzione!), in attesa dei moduli abitativi che non arriveranno prima del nuovo anno a causa dei ritardi organizzativi e delle lungaggini burocratiche.

Un altro aspetto molto importante è appunto quello del caos delle ordinanze e di una burocrazia creata ad arte per rendere molto difficile l’accesso ai contributi. Partendo dal sottolineare una discrepanza di 4-5 miliardi tra la stima dei danni e i fondi stanziati, va denunciata una confusione normativa dovuta ad un lungo elenco di ordinanze, spesso incomprensibili anche agli esperti del settore, che si contraddicono l’una con l’altra. Sommando queste criticità alle tempistiche molto ristrette entro le quali presentare le domande per i rimborsi e alla complessità di tutta la modulistica relativa (sono circa 50 i fogli da compilare), si arriva alla conclusione che per molti sarà difficile avere i risarcimenti, dato che, se non si presenta la domanda compilata correttamente in ogni suo punto ed entro i termini previsti, si perde la possibilità di accedere ai fondi.

Ma il ruolo del sistema PD nella gestione del terremoto non si limita a questo. Infatti, se nei primi mesi dopo il sisma sull’intero cratere erano ben visibili le forze dell’ordine che avevano il compito di garantire un certo controllo sociale del territorio, ora la situazione sembra normalizzata poiché quel ruolo di controllo è stato assunto direttamente dalle istituzioni locali. I sindaci che avvalendosi dell’apparato messo in piedi nei molti anni di governo di quell’area dividono le persone appartenenti alle fasce più deboli attraverso l’uso subdolo di promesse vane e ricatti, hanno costituito una fitta rete di “spie” che controllano le situazioni di maggior fermento e tengono le forze repressive nascoste nelle caserme ma pronte ad entrare in funzione al primo problema. Ovviamente questo non vale per tutte le amministrazioni in egual modo. Anzi si nota una certa differenza tra quei sindaci che hanno costruito la loro carriera politica sempre all’interno del partito e che quindi seguono i diktat di Errani alla lettera e altri sindaci, che invece vengono dal mondo dell’associazionismo o comunque non direttamente dalla struttura di partito, i quali sono più disponibili ad ascoltare le istanze della cittadinanza.

Una breve analisi meritano anche le opposizioni di governo dei Comuni della Bassa, con Pdl e Lega in testa, che in questi mesi non hanno fatto nulla per evidenziare le mancanze della macchina politica e gestionale del Commissario Errani. Tale nuova linea politica ci sembra piuttosto insolita, dato che eravamo abituati a sparate (spesso prevalentemente mediatiche) di forte critica contro ogni singola decisione presa dal PD. Tuttavia, non siamo particolarmente stupiti da ciò; infatti, è chiaro che il sostegno al Governo Monti e quindi alle politiche di austerity sia trasversale (ovvero indipendente dal fare parte o meno della maggioranza di governo) e che quindi anche le opposizioni siano perfettamente inserite in questo meccanismo, sempre pronte a mettere pure esse le mani su una fetta della torta.

Insomma il commissario Errani, personaggio di punta del PD e sostenitore numero uno del segretario Bersani, ha costruito un vero e proprio castello di carta svotato di contenuti (e di soldi) ma pieno zeppo di promesse, spot mediatici, trucchetti legislativi, senza disdegnare all’occorrenza l’uso di metodi repressivi.

IL RUOLO DEI COMITATI

Se da un lato il castello di carta sembra reggere, al contempo c’è da sottolineare come si sia venuto a creare un ampio spazio politico, che il PD non riesce più a controllare non avendo più la possibilità di elargire welfare, fatto di contraddizioni potenzialmente esplosive che però ad ora non riescono a convergere e ad organizzarsi per andare a creare un vero e proprio fronte che metta in discussione le scelte politiche neo-liberiste e di austerity calate dall’Europa. Ormai è chiaro quanto proprio tutto ciò sia il centro del problema.

Certo non mancano le note positive, dalle dure contestazioni degli “ospiti” dei campi della PC, che però in questa fase assomigliano più ad esplosioni di rabbia che ad un vero e proprio risveglio politico, al fenomeno delle tendopoli spontanee che hanno invaso la Bassa.

(http://www.infoaut.org/index.php/blog/metropoli/item/5715-prime-ribellioni-nellemilia-terremotata).

E’ interessante notare in primo luogo il numero elevatissimo di persone che hanno di fatto rifiutato di entrare all’interno del circuito militar-repressivo della Protezione Civile (sicuramente l’esperienza dell’Aquila ha funzionato da monito), preferendo in alternativa l’autorganizzazione nei parchi o nei giardini privati, riscoprendo così socialità e partecipazione altre e riuscendo addirittura a mettere in campo esperienze organizzative più complesse. Basti pensare alla fitta rete di solidarietà che si è riusciti a sviluppare e a coordinare, sia relativamente alla raccolta dei beni di prima necessità che alla loro successiva distribuzione, laddove sono state raggiunte in modo capillare quasi tutte le tende sparse sul territorio. E dunque l’autorganizzazione dal basso è riuscita a far meglio dello Stato, sopperendo in alcuni casi alle mancanze della macchina assistenziale istituzionale, che si è concentrata solo ed esclusivamente sui campi ufficiali, ignorando così almeno la metà degli sfollati.

Ed è proprio da questa rete di cooperazione dal basso che si sono formati i primi comitati di terremotati, che hanno avuto un incremento notevole da settembre, quando si è palesata la vacuità delle promesse di Errani. Alcuni di questi comitati, che nascono intorno a questioni specifiche come la scuola, si occupano solo di solidarietà e non si definiscono “politici”; tuttavia, è evidente come essi esprimano la voglia e l’esigenza di una certa fetta della popolazione terremotata di organizzarsi dal basso, per affrontare le criticità della fase post-sismica, e l’indignazione di questa gente per la mancanza di risposte concrete da parte delle Istituzioni.

Oltre a tali forme embrionali di autorganizzazione sul territorio, innescatesi in risposta alle problematiche legate al terremoto, tornano alla ribalta quei comitati che da anni lottano contro le devastazioni che il capitale intende calare subdolamente nella Bassa, già da prima della catastrofe del sisma: i “no gas” di Rivara e i cittadini che lottano contro l’autostrada cispadana. Inizialmente, sembrava che il terremoto avesse messo una pietra tombale sulla realizzazione di queste due grandi opere, come sempre utili agli speculatori ma estremamente dannose per le popolazioni alle quali vengono imposte. In realtà, proprio la lentezza “scientifica” con cui procede la ricostruzione (la mancanza di soldi quale unica motivazione ai ritardi suona ogni giorno più pretestuosa, mentre diventa sempre più evidente l’assenza di un’effettiva volontà politica ad accelerare il processo concreto della ricostruzione), fa intuire che presto i promotori del deposito di gas e della cispadana torneranno alla carica con i rispettivi progetti, determinati a riuscire nel loro intento.

Proprio per questi motivi i comitati dovrebbero saper anticipare gli eventi e riuscire ad infilarsi in quegli spazi lasciati liberi dalle Istituzioni e al momento occupati dallo smarrimento o dal sentimento dell’antipolitica (pure quest’ultimo è un fenomeno nuovo nella Bassa, da sempre feudo del PD), con l’obiettivo di trasformare il rifiuto della politica istituzionale in sapere critico e in capacità organizzative dal basso.

Dunque, si dovrà porre al centro dell’agire dei comitati le rivendicazioni per ottenere ciò che spetta ai cittadini, per determinare il futuro di questo territorio e, al tempo stesso, si dovranno creare momenti di autonomia rispetto a ciò che le Istituzioni provano ad imporre, a cominciaredalla ricostruzione dal basso e soprattutto dalla riappropriazione (delle case in primis), per andare a soddisfare quei bisogni cui il sistema politico-economico non è più in grado di fornire risposte.